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E’ maggiore il piacere nel guadagnare il 10% o il dolore nel perderlo?

Che cos’è il “premio al rischio” e come sfruttarlo per guadagnare nel lungo periodo senza controllare in modo “troppo” assiduo il valore dei tuoi investimenti.

Ti ho già parlato diverse volte di Richard Thaler e della Finanza Comportamentale.

In un vecchio articolo apparso su “The Quarterly Journal of Economics” del primo febbraio 1995, intitolato “Myopic Loss Aversion and the Equity Premium Puzzle” (La miope avversione al rischio ed il dilemma del premio del mercato azionario), Thaler si interroga, insieme a Shlomo Benartzi, economista e professore della University of California (Ucla) a Los Angeles, dell’entità del premio al rischio del mercato azionario e di quanto questo condizioni le scelte di investimento dei risparmiatori americani.

Ma cos’è il premio al rischio?

Il premio al rischio non è altro che il vantaggio che potenzialmente si ottiene nell’investire in un asset rischioso piuttosto che in uno privo di rischio. Letteralmente il PREMIO che ricevi per avere investito nel RISCHIO. Ad esempio se decidi di comprare una azione piuttosto che una obbligazione, nel lungo periodo il guadagno che otterrai è sensibilmente superiore e ti “remunera” per le maggiori oscillazioni subite durante l’investimento.
Il grafico sotto ne è una dimostrazione:
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Fonte “Stocks For The Long Run” (Jeremy Siegel)

Risulta evidente che, a fronte di una maggiore oscillazione, il mercato azionario, storicamente, restituisca un guadagno nettamente superiore alle obbligazioni.
Analizzando i flussi di investimento, però, si evidenzia un livello ingiustificato di avversione al rischio poiché le scelte di allocazione fatte dai risparmiatori, evidenziano una preponderanza per obbligazioni e liquidità. Tutto ciò per ridurre al minimo la volatilità di breve.
Ragionando in maniera razionale si dovrebbe preferire di distribuire più correttamente le proprie attività favorendo il mercato azionario per gli investimenti di lungo termine soprattutto quando si tratta di investimenti finalizzati alla pensione o obiettivi simili per durata.
Perché non avviene questo?
Thaler spiega questo fenomeno con il fatto che gli investitori valutano troppo frequentemente il risultato del loro portafoglio investito ed hanno una maggiore “sofferenza” nei ribassi rispetto al piacere che provano nei rialzi.
Questo crea nella psiche un’alta avversità al rischio e allo stesso tempo suggerisce delle scelte sbagliate per gli investimenti. Inoltre Thaler effettua degli esperimenti che evidenziano che le scelte di investimento fatte da chi controlla i rendimenti una volta l’anno rispetto a chi li controlla tutti i mesi, ha una maggiore propensione per investire nel mercato azionario piuttosto che in quello obbligazionario e quindi una corretta predisposizione a sfruttare il premio a rischio.
Quindi tenere sotto controllo il proprio portafoglio di investimenti ed effettuare l’analisi dei rendimenti troppo di frequente, tende a modificare la naturale avversione al rischio di ogni singolo risparmiatore e, nei casi più eclatanti, ad effettuare scelte spesso molto penalizzanti per il buon esito dell’investimento, come ad esempio disinvestimenti dettati dal panico dovuto ad un brusco ma momentaneo ribasso dei mercati.
Quindi, cosa fare? Nascondere ai clienti i reali risultati del loro portafoglio investimenti?
Sicuramente no.
Il lavoro che va fatto insieme al cliente deve prevedere una “educazione” a quelle che sono le oscillazioni del mercato ed una valutazione degli investimenti nel lungo periodo senza farsi condizionare dalle oscillazioni di breve.
E’ sempre valido il detto: “Un portafoglio ben diversificato ha minusvalenza che sono sempre recuperabili!”.

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Non a caso in finanza c’è un termine che semplifica al massimo questo corretto comportamento da tenere: Cassettista che contraddistingue un ”risparmiatore che compra titoli a lunga scadenza, senza finalità speculative” e racchiude in poche parole quale sia il corretto comportamento da porre in essere per la gestione dei propri investimenti finanziari.
A presto.
Andrea.

2 Comments on “E’ maggiore il piacere nel guadagnare il 10% o il dolore nel perderlo?

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